La soia, il legume economicamente più importante a livello globale, è un argomento molto dibattuto e ampiamente discusso nel campo della nutrizione a causa dell’enorme, e spesso contraddittoria, quantità di ricerche pubblicate negli ultimi 30 anni. Non c’è da stupirsi se gli utenti continuano a interrogarsi se la soia fa bene o male. “La soia fa male al fegato?”, “la soia fa male alla tiroide?” e “la soia fa male all’intestino?” sono solo alcune delle ricerche online più frequenti al giorno d’oggi, e in questo articolo vogliamo fare chiarezza il più possibile.
Perché non fa bene la soia?
La soia è stata per anni associata, ad oggi possiamo dire erroneamente, con l’aumento del rischio e delle complicanze di malattie oncologiche al seno. È ampiamente riconosciuto che i tassi di incidenza del cancro al seno nei paesi consumatori di alimenti a base di soia sono molto più bassi rispetto ai paesi occidentali [1]. Inoltre, con l’occidentalizzazione delle culture asiatiche, i tassi di cancro al seno in Asia sono aumentati costantemente [2].
Queste osservazioni hanno contribuito ad alimentare l’interesse per gli effetti chemio-preventivi degli isoflavoni della soia [3]. Tuttavia, gli studi riportano che affinché la soia riduca il rischio di patologie oncologiche, il consumo deve avvenire durante l’infanzia e/o l’adolescenza [4-10].
Studi caso-controllo mostrano che un maggiore consumo di soia all’inizio della vita è associato a una riduzione del rischio di malattie oncologiche dal 25% al 60% [7-10]. Per la popolazione adulta però non è troppo tardi; infatti, Baglia et al. [11] con il loro studio hanno notato che un’assunzione elevata di proteine di soia durante l’età adulta è stata protettiva contro il cancro al seno solo tra le donne che hanno consumato poca soia durante l’adolescenza. L’effetto protettivo della soia è associato alla modulazione nell’espressione di alcuni geni che determinano risposta agli estrogeni ed altri processi, il tutto si traduce con un aiuto nella funzionalità e nella rigenerazione del tessuto mammario.
La soia fa male al fegato?
La steatosi epatica non alcolica (NAFLD), in quanto malattia epatica cronica più comune a livello mondiale (colpisce circa il 25% della popolazione), è lo scenario fisiopatologico maggiormente studiato per valutare gli effetti della soia sul sistema epatico. Questa malattia è caratterizzata da un accumulo eccessivo di lipidi nel fegato e vede come cause principali l’obesità e il diabete. Attualmente non esistono trattamenti farmacologici diretti per la NAFLD ma l’intervento dietetico e la modifica dello stile di vita sono le strategie chiave nella prevenzione e nel trattamento della malattia.
Il consumo di soia, in un contesto di un corretto stile di vita e di una dieta bilanciata ed equilibrata, è associato a molti benefici per la salute, come una ridotta incidenza di malattie coronariche, diabete di tipo 2, aterosclerosi e obesità. Le funzioni ipolipemizzanti dei componenti della soia sono state dimostrate sia in studi sugli animali che in sperimentazioni cliniche sull’uomo. Le proteine della soia e gli isoflavoni associati hanno soppresso la formazione e l’accumulo di goccioline lipidiche nel fegato e migliorato la sindrome metabolica associata alla NAFLD. Il meccanismo molecolare alla base degli effetti dei componenti della soia avviene principalmente attraverso la modulazione dei fattori di trascrizione e l’espressione dei loro geni bersaglio coinvolti nella lipogenesi e nella lipolisi. Recenti studi [12] hanno dimostrato che l’inclusione di quantità appropriate di proteine della soia e isoflavoni nelle diete potrebbe essere un approccio utile per ridurre la prevalenza della NAFLD e mitigare il carico della malattia.
Quindi, vedendo i risultati delle sperimentazioni più recenti, possiamo affermare che la soia non fa male al fegato e anzi ha un effetto protettivo nei confronti dei tessuti epatici.
La soia fa male alla tiroide?
Le preoccupazioni sugli effetti antitiroidei della soia si basano principalmente sulla ricerca in vitro [13, 14] e sugli studi sui roditori a cui sono stati somministrati isoflavoni isolati [15, 16].
Una revisione completa pubblicata nel 2006 ha rilevato che né gli alimenti a base di soia né gli isoflavoni influenzano negativamente la funzione tiroidea negli uomini o nelle donne con una normale funzione tiroidea [17].
Studi pubblicati dopo questa revisione [18-22] supportano questa conclusione così come l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) secondo cui gli integratori di isoflavoni non influenzano la funzione tiroidea nelle donne in postmenopausa [23].
Nel credo popolare c’è la preoccupazione che la soia possa peggiorare la funzionalità tiroidea in coloro la cui funzionalità è compromessa, come i pazienti con ipotiroidismo subclinico e coloro il cui apporto di iodio è marginale. Questo è stato più volte sfatato e una metanalisi del 2019 [24], la quale non ha rilevato alcun effetto sulla concentrazione ematica di T4 o T3, ne ha messo il definitivo punto.
L’unica accortezza che si può avere è quella di assumere alimenti contenenti soia lontani dal momento dell’assunzione della levotiroxina. Ovviamente questo vale per i soggetti affetti da ipotiroidismo e bisogna considerare che la soia non è, tuttavia, l’unica in questo senso poiché molte erbe, farmaci e integratori di fibre e calcio hanno effetti simili [25-33].
La soia fa male ai reni?
No, anzi il contrario! I potenziali benefici sui reni della soia hanno un notevole significato per la salute pubblica a causa della crescente prevalenza mondiale di malattie renali, che sono in gran parte una conseguenza della crescente prevalenza di soggetti obesi e/o diabetici [34]. Ci sono prove preliminari che le proteine della soia, come le altre proteine vegetali, sottopongano i reni a meno stress rispetto ad altre proteine di alta qualità, il che nel tempo potrebbe ridurre il rischio di sviluppare malattie renali in individui suscettibili, come appunto i pazienti obesi e/o diabetici [35, 36]. Più specificamente, è stato dimostrato che, a parità di quantitativo proteico, il consumo di proteine della soia rallenta il declino della velocità di filtrazione glomerulare stimata e migliora significativamente la proteinuria nei pazienti diabetici e non diabetici con nefropatia [37].
Quando è sconsigliata la soia?
Ad oggi non vi sono evidenze di particolari situazioni fisiopatologiche nelle quali è sconsigliata la soia. Il soggetto maggiormente approfondito in questo senso è la donna in gestazione.
Schiattarella et al. [38] hanno recentemente concluso che ci sono alcune prove che una dieta vegetariana, così come una dieta a base vegetale, riducono il rischio di sviluppare diabete gestazionale (GDM) e/o alcuni sintomi di questa condizione.
Questa conclusione è in linea con il recente lavoro di Wang et al. (50) che ha scoperto che le donne con un’alimentazione a base vegetale, e quindi con una più alta percentuale di consumo di soia e isoflavoni, avevano meno della metà delle probabilità di sviluppare GDM.
Nel 2010, Balakrishnan et al. [40] hanno dimostrato in un modello di perfusione placentare umana ex vivo che la genisteina può trasferirsi attraverso la placenta umana e diversi ricercatori hanno rilevato e fornito dati sulle concentrazioni di isoflavoni nel liquido amniotico e/o nel sangue del cordone ombelicale [41-48].
Questi dati hanno mosso dubbi sull’assunzione di soia durante la gravidanza ma, recentemente, Messina et al. [37] in un suo studio conclude che “[…] le concentrazioni di isoflavoni in utero sono notevolmente inferiori alle concentrazioni di estrogeni” e che poiché vi è questa differenza “è improbabile che gli isoflavoni esercitino un effetto estrogenico sul feto”.
Valutando quindi quello che oggi viene riportato dai dati scientifici anche durante la gravidanza non è sconsigliato assumere soia o derivati.
Mangiare la soia fa bene?
I benefici per la salute della soia e dei suoi costituenti sono stati ampiamente attribuiti alle azioni dei fitoestrogeni, che sono presenti in concentrazioni considerevoli. Il consumo di alimenti a base di soia ha effetti benefici e può modulare la salute gastrointestinale (GI).
Tramite effetti sulla composizione e l’attività metabolica del microbiota GI, gli isoflavoni di soia influenzano diversi aspetti chiave della salute gastrointestinale: migliorano la secrezione intestinale basale, alleviano l’infiammazione, limitano il danno morfologico intestinale e migliorano la funzione di barriera epiteliale [52].
Quindi la soia fa male all’intestino e agli enterociti? Possiamo ad oggi affermare che la soia non fa male e che un’alimentazione con buona base vegetale si rivela un mezzo chiave per mantenere la funzione e la salute intestinale complessiva. Per i soggetti che soffrono di sindrome del colon irritabile, è bene fare una personalizzazione differente che preveda un percorso a step dal momento in cui l’assunzione della soia (così come di altri legumi) in un primo momento potrebbe creare sintomi intestinali.
Conclusioni
In base alle attuali evidenze scientifiche a disposizione, possiamo eliminare i nostri timori alimentari nei confronti della soia. Le preoccupazioni relative al consumo della soia, dall’aumento del rischio oncologico, al rischio epatico e renale e finendo per l’aumento dell’espressione estrogenica, non trovano infatti riscontro negli studi sperimentali. Anzi, come precedentemente scritto, gli studi riportano che la soia, se bilanciata all’interno di un corretto stile alimentare, può avere effetti benefici e protettivi per il nostro organismo.




