Ketogenic Sport Saga: la chetosi e gli Inuit
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Ketogenic Sport Saga: la chetosi e gli Inuit

In uno degli ultimi articoli avevamo ribadito che il glucosio rimane il principale substrato energetico ed è senza dubbio il più efficiente nel mantenere alta la produzione di ATP domandata dall’intensità dell’esercizio, anche negli sport di ultra-endurance dove si poteva ipotizzare un possibile applicazione delle diete low carb high fat [23-26]. Ma non solo, se è vero che l’apparato locomotore necessita di glucosio per continuare ad eseguire movimenti ad una certa intensità, è altrettanto vero che il cervello, impiegato nel reclutamento neuro-muscolare, nella percezione dello sforzo, nel “decision making”, nell’elaborazione della strategia e dell’esecuzione delle skill, abbisogni anch’esso di glucosio [27,28], per fare in modo che la performance venga portata a termine con profitto. 

E qui di solito una voce si erge dal pubblico, che in nome della fisiologia, porta alta la bandiera dei chetoni, esercito della chetosi.  

La chetosi fisiologica

Distinguiamo subito la chetosi fisiologica, forzatura metabolica indotta in soggetti sani [6,11], dalla chetoacidosi diabetica (DKA), poiché la seconda è una complicanza patologica del diabete mellito, caratterizzata da una triade che comprende una iperglicemia (>250 mg/dL), acidosi metabolica (pH arterioso <7,3) e aumento dei corpi chetonici nel sangue e nelle urine [30,42].

 

Va ricordato che la produzione di chetoni, se pur minima, è sempre presente anche nel soggetto sano, con un’alimentazione normocalorica e normoglucidica, che in condizioni di riposo ne produce circa 100–250 µM, sotto sforzo arriva si estende a ~1 mM, e nella DKA arrivando fino a 20 mM [30]. Perché il corpo produce chetoni in soggetti sani, con un’alimentazione normocalorica e normoglucidica?

Ricordate cosa abbiamo detto nell’articolo precedente: per portare a termine un allenamento ed una competizione con profitto, servono adeguate scorte e rifornimenti di glucosio e di acidi grassi. Ed infatti il fegato produce circa 300 g di chetoni al giorno, per sopperire al 5-20% della totale energia giornaliera che il corpo richiede in uno stato di normoalimentazione, digiuno o addirittura carestia [31,32].

Per raggiungere lo stato di chetosi fisiologica indotta, e quindi un completo adattamento all’utilizzo di chetoni come principale substrato energetico, l’organismo impiega dalle 2 alle 4 settimane, sia in soggetti obesi che normopeso atletici [33,34]. Per cui, quelli che vi vogliono vendere i chetoni, per farvi entrare prima in chetosi, stanno bypassando con fraudolenza la fisiologia umana. Infatti, diminuire il quoziente respiratorio dopo solo 5 giorni di dieta LCHF, non significa essere già in chetosi, vuol dire cominciare ad ossidare più acidi grassi rispetto carboidrati, poiché il corpo ancora non produce e non consuma abbastanza chetoni [1]. 

Per capire se si è entrati in chetosi, bisognerà attendere che i livelli del beta-hydroxybutyrate (BHB), il chetone più abbondante nei tessuti, abbia raggiunto livelli ematici di 0,5–3,0 mM, oppure per un test semplice e fai-da-te, i Ketostix [35], che potrete acquistare tranquillamente in farmacia.

Ma gli Inuit…

Di solito nelle introduzioni degli studi pro diete chetogeniche e LCHF si parte dal Paleolitico, quando il genere umano cacciava e camminava, mangiava carne cruda, aveva accesso a frutta e cibi poco amidacei in poche occasioni ma soprattutto per periodi limitati durante l’anno (nda - vabbè la vita media era sotto i 25 anni, e ci sono voluti 5 millenni per alzare la soglia al limite dei 40, quando già tutti si alimentavano con cereali e latticini)[36]. 

Poi si fa un salto direttamente al XIX secolo, nelle prime spedizioni Artiche, in cui per l’appunto una prima testimonianza di regime chetogenico, fu adottato dai membri della spedizione Schwatka (1878–80) alla ricerca di un altro gruppo scomparso: il Royal Navy Franklin. La Schwatka era formata da 18 persone, di cui alcuni Inuit, indispensabili per l’orientamento. Partirono da Hudson’s Bay nell’aprile del 1879, ma nel marzo dell’anno successivo, dopo aver percorso 3000 miglia, dovettero rientrare per mancanza di provviste. In attesa dei soccorsi, vissero di sola pesca e cacciagione, senza frutta o gallette. Il capospedizione, Frederick Schwatka, era un medico, e nei suoi diari di 117 pagine racconta di come l’alimentazione di sola carne fosse inizialmente inadeguata, e di come la fatica si facesse sentire in maniera molto più accentuata, ma dopo due-tre settimane, l’equipaggio cominciava ad abituarsi al nuovo regime e a mantenere la stamina e la physical endurance che quelle terre richiedevano. Ecco una breve citazione [37]:

"When first thrown wholly upon a diet of reindeer meat, it seems inadequate to properly nourish the system, and there is an apparent weakness and inability to perform severe exertive fatiguing journeys. But this soon passes away in the course of two or three weeks."

Lt. Frederick Schwatka, 1880

Gli Inuit sono un popolo delle regioni artiche, che si nutre essenzialmente di cacciagione e pesca, lasciando i tagli più magri ai loro cani da traino e tenendo quelli più grassi per loro [38]. In questi popoli è avvenuto un cambiamento enzimatico, soprattutto per i geni che codificano la carnitine acyltransferase [40], promuovendo quindi un efficientissimo meccanismo di produzione di energia a partire dagli acidi grassi. Interessante come gli Inuit abbiano altissimi livelli di colesterolo LDL [39], che porta a rivedere quei claim sulla dieta chetogenica, la quale sarebbe applicabile nelle dislipidemie per ridurre appunto le particelle LDL e il colesterolo totale. Se approfondiamo poi la fisiologia dietro gli Inuit, scopriamo anche che sono dei grandissimi produttori di glucosio a partire dalle proteine che ingeriscono, perché si è vero che preferiscono i tagli grassi, ma la loro dieta è comunque composta per almeno un 32% di proteine. 

Vi risparmio i processi biochimici che comunque trovate ben spiegati nei libri di biochimica e in questo studio di Kaleta et al. (2012), ma si evince come (nda - è normale che sia), benché vi sia una chetosi fisiologica, vi è un aumentata gluconeogenesi (ovvero la produzione di glucosio a partire dagli aminoacidi), per sopperire alla quotidiana necessita di glucosio, nonostante appunto vi siano anche in circolo dei chetoni [41].

Cosa ci portiamo a casa, dopo questa spedizione artica…

Lo stato di chetosi fisiologica è uno stato che occorre quando vi è una mancanza di glucosio, che può essere indotta per motivi clinici e sportivi, così come può avvenire in uno stato di digiuno acuto o protratto, poiché l’organismo produce chetoni costantemente e ne modula il rilascio dal fegato in base alla presenza di glucosio e al bisogno. 

Gli Inuit sono un popolo di nomadi pescatori, la cui attività fisica è per lo più caratterizzata da una bassa intensità di esercizio, ad esempio il semplice deambulare, benché si spostino comunque con slitte trainate. Per cui alla luce dei fatti possiamo affermare che da parte dei ricercatori pro keto, talvolta c’è una doppia forzatura: la prima sta nel fatto che gli Inuit sono un popolo che ha sviluppato particolari caratteristiche atte a sopravvivere e vivere in una determinata situazione fisiologica, per cui qualsiasi altro popolo non avrebbe una resa simile; la seconda sta nell’applicazione nel campo sportivo, che ancora una volta conferma il fatto che una dieta chetogenica o LCHF, si sposa potenzialmente con un’attività di medio-bassa intensità [1,6,11,40,41].

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Articolo a cura di Edoardo Tacconi - Divulgatore scientifico

BIBLIOGRAFIA

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42. Endocrinologia clinica (Monaco; 2017 © SEU Roma)