Integrazione

Vitamina D e sport: benefici, dosaggio e rischi della carenza per l’atleta

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La vitamina D è spesso associata solo alla salute ossea, ma nello sport il suo ruolo è molto più ampio.

Negli atleti, infatti, i livelli di questa vitamina sono stati collegati a funzione muscolare, rischio di infortuni e, in alcuni casi, anche a parametri di performance e recupero.

Allo stesso tempo, la letteratura più recente invita a evitare semplificazioni: integrare vitamina D non migliora automaticamente la prestazione di tutti, ma può essere particolarmente rilevante quando è presente una carenza di vitamina D o una insufficienza documentata (1,2). 

In questo articolo vedremo perché la vitamina D è importante per chi si allena, quali segnali possono far sospettare una carenza e come orientarsi tra fabbisogno, integrazione, fattori di rischio e assorbimento.

L’obiettivo è capire quando può essere davvero utile intervenire e perché, nello sport, non basta parlare genericamente di “vitamina D bassa” senza considerare il contesto dell’atleta. 

Cosa intendiamo per “vitamina D”? 

Quando si parla di vitamina D si fa riferimento a un gruppo di composti diversi tra loro, più precisamente pro-ormoni liposolubili, cioè caratterizzati da una struttura idrofoba.

Le forme più note sono la vitamina D3 (colecalciferolo), prodotta anche dalla pelle in seguito all’esposizione solare, e la vitamina D2 (ergocalciferolo), presente soprattutto in alcune fonti alimentari e integratori. 

Una volta introdotta o sintetizzata, la vitamina D3 viene trasformata a livello epatico nella 25-idrossicolecalciferolo, chiamata anche calcidiolo, che rappresenta il principale metabolita circolante e il parametro utilizzato negli esami del sangue per valutare lo stato vitaminico dell’organismo (1). 

I benefici della vitamina D per gli sportivi 

La vitamina D è importante per l’atleta perché partecipa alla regolazione del metabolismo osseo e del calcio, ma anche perché interagisce con il muscolo scheletrico e con diversi processi immunitari e infiammatori. Questo avviene attraverso i recettori della vitamina D (VDR), espressi anche a livello dei miociti, coinvolti sia nella regolazione dell’espressione genica e della funzione delle fibre muscolari, sia nella gestione del calcio intracellulare, elemento fondamentale per la contrazione muscolare (1,2). 

Le revisioni più recenti dedicate agli atleti riportano che bassi livelli di vitamina D sono più spesso associati a debolezza muscolare, peggior salute muscolo-scheletrica e maggiore vulnerabilità a fratture da stress o altri problemi da sovraccarico (1,4).

In questo senso, per uno sportivo la vitamina D non va considerata solo come un nutriente utile per le ossa, ma come un elemento che può influenzare la qualità dell’adattamento all’allenamento, la funzionalità muscolare e la capacità di tollerare bene i carichi nel tempo. 

Dando uno sguardo alle sperimentazioni sulla sua supplementazione, però, il quadro è più sfumato. Una revisione sistematica del 2024 su atleti d’élite suggerisce che i benefici più promettenti dell’integrazione con vitamina D riguardino soprattutto endurance aerobicapotenza anaerobica e forza, ma non in modo uniforme in tutti gli studi.

Una metanalisi del 2024 mostra, inoltre, un miglioramento chiaro dei livelli sierici di 25-idrossicolecalciferolo (25-idrossivitamina D) e segnali favorevoli soprattutto sulla forza dei muscoli degli arti inferiori, senza però dimostrare un effetto netto e universale su ogni parametro di performance sportiva (5). 

La vitamina D, quindi, può rappresentare un supporto importante per lo sportivo, ma non va intesa come un integratore ergogenico capace di migliorare automaticamente la prestazione. Il beneficio sembra essere più plausibile quando si corregge una insufficienza reale, mentre gli effetti sulla performance risultano molto meno chiari negli atleti che ne presentano livelli sierici già sufficienti.

In pratica, la vitamina D ha senso soprattutto come micronutriente da ottimizzare quando i livelli sono bassi, più che come integratore universale da proporre a tutti indistintamente. 

Sintomi della carenza di vitamina D negli atleti 

Prima di parlare dei sintomi, è utile chiarire che i valori di 25-idrossivitamina D circolante vengono generalmente interpretati lungo un continuum di rischio clinico. Tradizionalmente, livelli <20 ng/mL sono stati associati a carenza di vitamina D, mentre valori tra 20 e 30 ng/mL sono stati spesso considerati indicativi di insufficienza. Tuttavia, una revisione delle più recenti linee guida dell’Endocrine Society sottolineano come non esista un consenso universale su cut-off rigidi che siano validi per tutti i contesti clinici, eliminando il target univoco di sufficienza fissato a 30 ng/mL (6). 

Negli atleti la carenza di vitamina D non ha un quadro clinico definito, ma vi sono alcuni segnali che ricorrono più spesso e che meritano attenzione soprattutto quando persistono nel tempo o si associano a una storia di scarso recupero o infortuni ricorrenti. In letteratura, i più rappresentativi sono: 

  • maggiore frequenza di affaticamento o ridotta efficienza muscolare (2);  
  • debolezza o riduzione della forza muscolare (5);  
  • maggiore vulnerabilità a fratture da stress o infortuni da sovraccarico (4);  
  • recupero percepito peggiore in alcuni contesti (7).  

Va però precisato che questi segnali non sono specifici della carenza di vitamina D e non bastano da soli per fare diagnosi. Nello sportivo, il riferimento resta sempre la valutazione ematica della 25-OH-vitamina D da interpretare nel contesto clinico e stagionale del singolo atleta (8,9). 

Fabbisogno giornaliero dello sportivo: i dosaggi consigliati 

Nello sportivo, ma più in generale nella popolazione, non esiste un dosaggio unico valido per tutti, perché la quota da integrare dipende dal livello di partenza, dalla stagione, dall’esposizione solare, dalla latitudine, dal tipo di sport e dalla presenza o meno di una carenza documentata.

Le revisioni sugli atleti riportano spesso protocolli di supplementazione di vitamina D3 (colecalciferolo) compresi tra 2000 e 6000 Unità Internazionali (UI) al giorno nei soggetti con livelli bassi, ma la dose va sempre personalizzata sulla base della valutazione ematica e del quadro individuale (6,9). È importante ricordare, però, che aumentare il dosaggio non significa automaticamente ottenere un beneficio prestativo e che se alcuni dosaggi possono essere consigliati da dietista e biologo nutrizionista, in molti contesti è necessaria una prescrizione medica.

Le revisioni più recenti mostrano che la risposta alla supplementazione dipende soprattutto dallo stato vitaminico iniziale, dal protocollo scelto e dalla durata dell’intervento. In alcuni casi, come nel sovrappeso o nell’obesità, possono essere necessari dosaggi più elevati, poiché questi soggetti presentano frequentemente livelli circolanti inferiori di 25-idrossivitamina D e una risposta meno prevedibile alla supplementazione, probabilmente legata anche ad alterazioni della biodisponibilità e della distribuzione della vitamina D nel tessuto adiposo (6). 

Va inoltre considerato che si tratta di una vitamina liposolubile che, se assunta in eccesso per periodi prolungati senza monitoraggio adeguato, può accumularsi nell’organismo aumentando il rischio di ipervitaminosi con relative complicanze, tra cui ipercalcemia e alterazioni renali. Anche per questo motivo l’integrazione dovrebbe essere sempre impostata e rivalutata sulla base del quadro clinico e dei controlli ematici sotto controllo medico (6). 

Sport indoor vs outdoor: chi è più a rischio di carenza? 

Gli atleti indoor sono mediamente più a rischio, ma non sono gli unici. Una metanalisi del 2015 ha mostrato che la prevalenza di livelli insufficienti di vitamina D negli atleti è elevata e che il rischio aumenta in inverno e primavera, alle latitudini più alte e negli sport indoor. In quell’analisi, valori non ottimali erano presenti nel 56% degli atleti inclusi, con un rischio più alto per attività indoor e durante i mesi meno soleggiati (8). 

Questo significa che allenarsi all’aperto non garantisce automaticamente una copertura ottimale: contano anche orario di allenamento, abbigliamento, carnagione, latitudine, stagione e tempo effettivo di esposizione. La carenza, quindi, può riguardare anche atleti outdoor, soprattutto nei mesi invernali o in aree geografiche meno favorevoli (9). 

Quando assumere vitamina D per massimizzare l’assorbimento? 

La vitamina D3 (colecalciferolo) andrebbe assunta insieme a un pasto, preferibilmente contenente grassi, perché questa modalità sembra favorirne l’assorbimento intestinale e quindi la biodisponibilità. Una revisione sistematica del 2018 sull’assorbimento della vitamina D evidenzia infatti che, essendo una vitamina liposolubile, il suo assorbimento risulta più efficiente quando viene assunta nel contesto dei normali meccanismi intestinali coinvolti nella digestione e nell’assorbimento dei lipidi (10). 

È stato infatti dimostrato che, dopo l’assunzione di vitamina D3 con un pasto contenente grassi, il picco plasmatico della vitamina era in media del 32% più alto rispetto all’assunzione con un pasto privo di grassi, senza differenze rilevanti in base al tipo di grasso assunto (11). 

In pratica, questo rende preferibile assumere l’integratore con un pasto principale piuttosto che a stomaco vuoto, non tanto per una questione di orario, quanto per ottimizzare l’assorbimento e ridurre la variabilità della risposta individuale. 

Integrazione di vitamina D3 o D2: quale scegliere? 

Le due forme principali in cui si trova questa vitamina nel corpo umano sono vitamina D3 (colecalciferolo) vitamina D2 (ergocalciferolo). Le linee guida più recenti considerano entrambe utilizzabili nella prevenzione e nel trattamento della carenza, ma nella pratica sportiva e nella letteratura sugli atleti la forma più studiata e più usata è la vitamina D3 (3,5,6). 

Questo dipende dal fatto che la vitamina D3 è la forma che viene prodotta fisiologicamente anche a livello cutaneo in seguito all’esposizione solare e si è mostrata più efficace della D2 nell’aumentare e mantenere le concentrazioni ematiche di 25-idrossivitamina, il principale marker utilizzato per valutare lo stato vitaminico dell’organismo. In altre parole, a parità di obiettivo, la D3 sembra garantire una risposta più stabile e prevedibile sul piano ematico, caratteristica particolarmente utile quando si vuole correggere una insufficienza o monitorare nel tempo l’efficacia della supplementazione (12). 

La scelta, però, va sempre contestualizzata dal professionista in base al quadro clinico del singolo atleta. 

Recupero post-allenamento: come la vitamina D riduce l’infiammazione 

Un tema sicuramente interessante è il possibile ruolo della vitamina D nel recupero post-allenamento. Questo effetto sembra dipendere soprattutto dal suo coinvolgimento nella funzione muscolare, nella modulazione della risposta immunitaria e in alcuni processi infiammatori che accompagnano l’esercizio intenso e il danno muscolare (7,9).

In altre parole, la vitamina D potrebbe contribuire al recupero non tanto come “antinfiammatorio diretto”, ma favorendo condizioni più adatte al mantenimento della funzionalità muscolare e a una risposta fisiologica più efficiente dopo lo sforzo. 

Va però precisato che i risultati degli studi sulla supplementazione non sono uniformi in tutti i protocolli. Per l’atleta, quindi, il messaggio corretto non è che la vitamina D abbassi sempre l’infiammazione o acceleri automaticamente il recupero, ma che livelli adeguati sembrano supportare meglio questi processi, soprattutto nei soggetti che partono da una condizione di insufficienza o carenza (7). 

Conclusioni 

La vitamina D è un micronutriente rilevante per lo sport, ma va collocato correttamente: non come panacea per il benessere e la performance, bensì come fattore di salute e di supporto alla funzione muscolare, ossea e al recupero. I benefici sono più plausibili quando si corregge una insufficienza o una carenza, mentre l’effetto della supplementazione sulla performance è meno netto negli atleti già sufficienti. 

Se c’è un principio da tenere presente quando si parla di integrazione di vitamina D, è questo: monitorare prima di integrare. Abbiamo visto infatti come nello sport la vitamina D non andrebbe trattata come un’integrazione “automatica”, ma che il monitoraggio aiuta a capire se c’è davvero bisogno di intervenire, con quale intensità e con quale timing di controllo. Questo è particolarmente utile negli atleti indoor, in inverno, negli sportivi con storia clinica compatibile con insufficienza o nei soggetti a maggiore rischio muscolo-scheletrico. 

Dal punto di vista pratico, i tre messaggi chiave sono semplici: misurare, personalizzare la dose e assumere la vitamina D in modo costante, preferibilmente con un pasto. È questo approccio, più che l’integrazione indiscriminata, a fare davvero la differenza nello sportivo. 

FAQ

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    Esiste un legame tra vitamina D e crampi muscolari ricorrenti?

    Un legame specifico e diretto non è dimostrato in modo forte, ma bassi livelli di vitamina D sono stati associati a peggiore funzione muscolare e maggiore fragilità muscolo-scheletrica. Nei crampi ricorrenti ha senso valutarla dentro un quadro più ampio (2).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    Dopo quanto tempo dall’integrazione si vedono benefici sulla performance?

    Dipende dal livello iniziale e dal protocollo. In generale, prima si valuta se c’è una reale carenza e poi si pensa ad una sua eventuale integrazione, considerando soprattutto che la performance non migliora in modo rapido o automatico in tutti gli studi (3).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    La carenza di vitamina D può ridurre la forza muscolare?

    Sì, bassi livelli circolanti di 25-idrossivitamina D sono tra i fattori più frequentemente associati a una riduzione della forza muscolare nella letteratura sugli atleti, anche se i risultati degli studi di supplementazione con vitamina D3 non sono uniformi e l’associazione osservata non dimostra necessariamente un rapporto di causalità diretta (2,3,5).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    Qual è il valore ideale di vitamina D nel sangue per un atleta?

    Non esiste un target unico valido per tutti, ma molte analisi considerano >30 ng/mL come soglia di adeguatezza. Nello sport il dato va interpretato nel contesto clinico e stagionale dell’atleta (8,9).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    In che momento della giornata conviene assumere l’integratore di vitamina D?

    La priorità è assumerlo con regolarità e con un pasto, meglio se contenente grassi, per favorirne l’assorbimento (10).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    Gli atleti che si allenano all’aperto hanno bisogno di integrare la vitamina D?

    Non sempre, ma possono comunque risultare insufficienti, soprattutto in inverno, a latitudini più alte o con scarsa reale esposizione solare (8).

  • image/svg+xmlimage/svg+xml
    È necessario abbinare la vitamina K2 quando si integra la vitamina D per lo sport?

    Non esiste, allo stato attuale, una necessità sport-specifica dimostrata per tutti gli atleti. L’eventuale associazione va valutata caso per caso, non proposta automaticamente (6).

Bibliografia

(1) Montenegro KR, Cruzat V, Carlessi R, Newsholme P. (2019) Mechanisms of vitamin D action in skeletal muscle. Nutr Res Rev., 32(2):192-204. PMID: 31203824. 073

(2) Yoon, S., Kwon, O., Kim, J., Roh, H., Kim, J., Baek, S., & Kim, S. (2021). Vitamin D in athletes: Focus on physical performance and musculoskeletal injuries. Physical Activity and Nutrition, 25(2), 20–25. PMID: 34315203.

(3) Wyatt, P. B., Reiter, J., Wood, A. M., & Pascoe, D. D. (2024). Effects of vitamin D supplementation in elite athletes: A systematic review. Nutrients, 16(2), 247. PMID: 38188620.

(4) Neal, S., Sykes, J., Rigby, M., & Hess, B. (2015). A review and clinical summary of vitamin D in regard to bone health and athletic performance. The Physician and Sportsmedicine, 43(2), 161–168. PMID: 25797288.

(5) Han, Q., et al. (2024). Effects of vitamin D3 supplementation on strength of lower limb muscles in athletes: A systematic review and meta-analysis. Frontiers in Nutrition. PMID: 38860160.

(6) Correction to: “Vitamin D for the Prevention of Disease: An Endocrine Society Clinical Practice Guideline”. (2025) J Clin Endocrinol Metab. 15;110(8):e2810. PMID: 40464739.

(7) Rojano-Ortega, D., & Berral-de la Rosa, F. J. (2023). Effects of vitamin D supplementation on muscle function and recovery after exercise-induced muscle damage: A systematic review. Journal of Human Nutrition and Dietetics, 36(3), 1068–1078. PMID: 36149089.

(8) Farrokhyar, F., Tabasinejad, R., Dao, D., Peterson, D., Ayeni, O. R., Hadioonzadeh, R., & Bhandari, M. (2015). Prevalence of vitamin D inadequacy in athletes: A systematic review and meta-analysis. Sports Medicine, 45(3), 365–378. PMID: 25277808.

(9) Owens, D. J., Allison, R., & Close, G. L. (2018). Vitamin D and the athlete: Current perspectives and new challenges. Sports Medicine, 48(Suppl 1), 3–16. PMID: 29368183.

(10) Silva, M. C., & Furlanetto, T. W. (2018). Intestinal absorption of vitamin D: A systematic review. Nutrition Reviews, 76(1), 60–76. PMID: 29025082.

(11) Dawson-Hughes, B., Harris, S. S., Lichtenstein, A. H., Dolnikowski, G., Palermo, N. J., & Rasmussen, H. (2015). Dietary fat increases vitamin D-3 absorption. Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, 115(2), 225–230. PMID: 25441954.

(12) van den Heuvel, E. G. H. M., van Schoor, N. M., Lips, P., & de Jongh, R. T. (2024). Comparison of the effect of daily vitamin D2 and vitamin D3 supplementation on serum 25-hydroxyvitamin D concentration: A systematic review and meta-analysis. Nutrition Reviews. PMID: 37865222.

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